Qualche cenno biografico di
Ivan Serghèievitsc Turghènief
Quale le fonti della biografia di Turghenief
Per una massima trasparenza indico con precisione le fonti storiche e bibliografiche su cui si basa l'informazioni fornita:
La ricostruzione della vita dell'autore, del suo ruolo di intermediario culturale tra Russia ed Europa, e della genesi di opere come Padri e figli o Memorie di un cacciatore deriva dalle biografie critiche standard e dai repertori enciclopedici ufficiali:
- Enciclopedia Treccani (Dizionario di Letteratura e voci enciclopediche dedicate a Turgenev).
- Storia della letteratura russa (in particolare i manuali specialistici curati da slavisti come Dmitrij Petrovič Mirskij o Ettore Lo Gatto).
- I dettagli sul suo legame con la Francia, Pauline Viardot e il cenacolo parigino (Zola, Flaubert, i Goncourt) sono ampiamente documentati nella corrispondenza dello scrittore (Lettere a Pauline Viardot e agli amici francesi) e nei celebri Diari dei fratelli Goncourt.
Ivan Sergeevič Turgenev (Orel, 9 novembre 1818 – Bougival, 3 settembre 1883) è stato uno dei giganti della letteratura russa dell'Ottocento.
A differenza di contemporanei come Dostoevskij e Tolstoj, profondamente radicati nel tormento spirituale e nell'anima russa più viscerale, Turgenev fu il più europeo degli scrittori russi, agendo come un vero e proprio ponte culturale tra la sua patria e l'Occidente.
Le origini e la crudeltà della servitù
Nato da una famiglia di ricchi proprietari terrieri, Turgenev crebbe nella tenuta di Spasskoe-Lutovinovo.
La sua infanzia fu segnata dalla figura della madre, una donna autoritaria e dispotica che trattava i servi della gleba con estrema crudeltà.
Questa precoce esposizione alle ingiustizie del sistema feudale russo accese in lui un profondo rifiuto per la servitù della gleba, che diventerà il motore della sua prima grande opera.
Studiò alle università di Mosca e San Pietroburgo, completando poi la sua formazione a Berlino, dove si appassionò alla filosofia hegeliana e si convinse che la Russia dovesse modernizzarsi seguendo il modello occidentale.
Il successo: Memorie di un cacciatore e Padri e figli
Il debutto che lo consacrò avvenne tra il 1847 e il 1851 con i racconti poi riuniti nelle Memorie di un cacciatore (Zapiski ochotnika).
Attraverso lo sguardo apparentemente distaccato di un nobiluomo a caccia, Turgenev dipinse i contadini russi con straordinaria dignità e umanità, mettendone in luce la superiorità morale rispetto ai loro padroni. L'opera ebbe un impatto politico enorme, tanto da essere considerata uno dei fattori che spinsero lo zar Alessandro II ad abolire la servitù della gleba nel 1861.
Il suo capolavoro assoluto rimane però Padri e figli (Otcy i deti, 1862). Attraverso il memorabile personaggio di Bazarov, lo scrittore fotografò la frattura generazionale degli anni Sessanta del XIX secolo, introducendo e rendendo celebre nella letteratura mondiale il termine "nichilismo": il rifiuto assoluto di ogni autorità, tradizione e dogma religioso da parte delle nuove generazioni scientifiche e radicali.
L'Europa, l'amore e gli ultimi anni
A causa delle polemiche sollevate in patria da Padri e figli – che scontentò sia i conservatori sia i giovani radicali – e spinto dal profondo legame sentimentale con il soprano francese Pauline Viardot (che seguì per quasi tutta la vita in una sorta di ménage à trois tollerato dal marito di lei), Turgenev visse gran parte della sua maturità all'estero: a Baden-Baden, Londra e infine a Parigi.
In Francia strinse profonde amicizie con i massimi letterati dell'epoca, tra cui Gustave Flaubert, Émile Zola, i fratelli Goncourt e lo stesso Henry James, diventando l'ambasciatore della cultura russa in Europa.
Morì nel 1883 a Bougival, vicino a Parigi, assistito da Pauline Viardot. Per sua espressa volontà, le sue spoglie furono riportate in Russia per essere sepolte a San Pietroburgo, salutate da una folla immensa che ne riconosceva, finalmente unita, la grandezza letteraria e civile.
Le opere fondamentali da ricordare:
- Memorie di un cacciatore (1852) – Racconti.
- Rudin (1856) – Il suo primo romanzo, ritratto dell'"uomo inutile" idealista ma incapace di agire.
- Nido di nobili (1859) – Romanzo elegiaco sulla fine di un'epoca e sul senso del dovere.
- Padri e figli (1862) – Il capolavoro sullo scontro generazionale e il nichilismo.
- Primo amore (1860) e Asja (1858) – Capolavori della narrativa breve, incentrati sull'analisi psicologica del sentimento amoroso.
- Acque di Primavera (1870-1871). Di questo romanzo ne scrivo qui in quanto pubblicato nel 1914 da “Lubrano e Ferrara - Napoli” nella collana “Il romanzo per tutti” nella "Edizione di Proprietà degli editori"

In esordio del romanzo “Acque di primavera” pubblicato da “Lubrano e Ferrara” nella collana “Il romanzo per tutti” il professor E. W. Foulques (Edgardo Washington Foulques), traduttore del testo, unico caso in cui di un volume di questa collana ne viene indicato il nome, propone un suo
“BREVE CENNO SU TURGHÈNIEF”
Come Flaubert in Francia, Ivan Serghèievitsc Turghènief è, in Russia, il capo della scuola naturalista.
Nato in Orel nel 1818 Turghènief studiò dapprima a Mosca, poi a Pietroburgo, e, nel 1843, andò all’Università di Berlino per terminarvi i suoi studi filologici.
Di ritorno in patria, Turghènief esordì con alcune commedie, oggi completamente dimenticate, benché fossero state allora lodate dal celebre critico russo, Bièlinski. Ma i suoi «Ricordi di un calciatore» lo resero ad un tratto celebre, perché è in questo libro che cominciò a combattere contro la schiavitù dei contadini russi, e particolarmente perché tutta l’opera esala profumo vero e penetrante della vita russa. Per la prima volta, forse, i signori si accorsero che il mugik era un uomo come tutti gli altri, che aveva un’anima capace di sentire e di soffrire, di odiare.
Dopo aver così mantenuto ciò che egli stesso chiamava il suo «giuramento di Annibale», cioè di fare il possibile per riuscire all’abolizione del servaggio dei contadini, Turghènief si mise a descrivere la situazione morale dei suoi contemporanei E lo fece con una evidenza rara, una fedeltà singolare, un’imparzialità voluta, tutto conseguenza della perspicacia straordinaria con la quale sapeva indovinare, osservare e studiare i nuovi bisogni e le idee nuove.
Così nel suo «Rùdin» traccia il ritratto degli uomini «inutili» che, pieni di entusiasmo e di ardore, si contentano di parlare senza poter mai agire. Così nel «Nido di gentiluomini» dipinge il tipo dell’uomo che lotta contro la fatalità che pesa sulla sua vita e che non trova l’energia necessaria per spezzare i legami che lo avvincono per rifarsi una nuova vita. Così nei « Padri e figli » mostra i meriti ed i difetti, i pregi e le debolezze di due generazioni che s’incontrano sulla soglia di un’epoca nuova, e ci presenta per la prima volta, in persona del Bazarof, il «nihilista», termine che prese più tardi un altro significato, ben più terribile.
Le altre opere di Turghènief sono le «Apparizioni», un vero gioiello di fantasia; le «Storie strane», che si distinguono per la stranezza dei personaggi e per la bizzarrìa delle loro avventure; «Fumo», quadro animatissimo di un gruppo di giovani «progressisti» russi, riuniti a Baden-Baden; i poemi in prosa, così pieni di profondità di pensiero e di intensità di sentimento, e scritti in una lingua, come nessuno, né prima né dopo di lui, ha saputo maneggiare in modo così perfetto; parecchie novelle, le migliori delle quali sono: «Faust», «Mumù», «La mummia vivente», «Chiara Militsc», Il canto dell’amore trionfale», ed il romanzo «Acque di primavera» che presentiamo oggi al pubblico italiano.
Quest’ultimo non è il più celebre, né il più forte degli iscritti del nostro Autore; ma è, secondo noi, il più fresco, il più geniale, il più «romanzesco» se possiamo esprimerci così.
È un idillio, fresco come la primavera, tra una bellissima giovanetta italiana ed un giovane viaggiatore russo che si incontrano per caso in una città tedesca. I caratteri dei due protagonisti e delle persone che li circondano sono descritti da mano maestra e con un humour speciale, una nota satirica genialissima ed un brio che non si smentisce mai, particolarmente quando l’autore mette in contrasto l’ardore meridionale con la compostezza e la pedanteria dei tedeschi.
Mai Turghènief ha avuto la fantasia più spigliata, l’invenzione più spontanea, la penna più svelta, la mano più felice nella scelta del soggetto, nella dipintura dei caratteri, nella leggerezza delle descrizioni, nell’intreccio e nell’esposizione dell’insieme.
Sarebbe difficile, credo, di trovare un altro libro a cui si potesse applicare con maggior giustizia la frase che un critico inglese scrisse per un genialissimo romanzo del suo paese - meno casto però del nostro: «pare un libro scritto da una vergine con una penna presa dall’ala d’un angelo.»
E. W. Foulques









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