La Pubblica Abiura di Giacinto de Cristofaro
L'abiura più famosa e drammatica fu quella dei principali imputati, in particolare Giacinto de Cristofaro (uno dei giovani leader degli Investiganti).
Confuorto dedica ampio spazio a questo momento, che fu un vero e proprio spettacolo di umiliazione e potere ecclesiastico:
- La Scena (21 Dicembre 1694): L'abiura si svolse nella Cattedrale di Napoli (il Duomo) davanti a una folla immensa, una condizione voluta per massimizzare l'effetto deterrente.
- L'Abito d'Infamia: I condannati, tra cui De Cristofaro, furono costretti a vestire il sacco dell'infamia, che di solito era giallo e recava sopra il capo il sambenito (un cappello con le figure dell'eresia o del diavolo), e a portare in mano la candela accesa come segno di penitenza e pentimento.
- La Lettura della Sentenza: Di fronte a tutta la Curia, alla nobiltà e al popolo, fu letta la sentenza del cardinale Nunzio, che condannava le proposizioni eretiche o atee da loro sostenute (spesso riferite al Cartesianesimo, all'Atomismo e alla negazione della provvidenza).
- L'Atto dell'Abiura: I condannati dovettero negare solennemente le proprie dottrine, dichiarandosi pentiti per gli errori commessi contro la fede cattolica.
- Le Pene: Dopo l'abiura (che li "riconciliava" con la Chiesa), furono inflitte le pene:
- Carcere a vita: De Cristofaro fu condannato al carcere a vita (anche se in condizioni meno dure rispetto all'Inquisizione spagnola, data l'assenza formale del Santo Uffizio a Napoli).
- Confisca dei beni: Sebbene non applicata uniformemente per via dell'opposizione del Viceré (che temeva la reintroduzione di un tribunale inquisitoriale con confisca), la minaccia era costante.
- Penitenze: Penitenze spirituali e divieto di insegnamento o di esercitare il proprio mestiere.
Riferimento a Rosito e De Magistris
Sebbene Confuorto si concentri sui "capi" del movimento, il suo Giornale menziona anche i nomi dei condannati dei ceti inferiori, come Carlo Rosito e Giovanni De Magistris, le cui abiure avvennero in una prima fase del processo (circa nel 1693).
Il fatto che il cronista li includa nella sua registrazione, pur con meno dettagli emotivi, conferma la loro condanna e la loro umiliazione pubblica, rendendo evidente la portata sociale della repressione che mirava a colpire l'intera rete di diffusione delle "nuove idee".
Carlo Rosito e Giovanni De Magistris:
cosa scrive Confuorto a proposito dei loro processi.
Il cronista coevo Domenico Confuorto, nel suo "Giornale di Napoli", documenta il coinvolgimento di Carlo Rosito e Giovanni De Magistris nel "Processo agli Ateisti" (1688-1697), ma lo fa in modo conciso, registrando principalmente il fatto dell'accusa e della successiva condanna.
Confuorto era molto attento agli avvenimenti pubblici e alle dinamiche sociali, ma la sua cronaca tende a concentrarsi sui personaggi più in vista del processo (come l'avvocato Giacinto de Cristofaro).
Dettagli riportati da Confuorto
Per Rosito e De Magistris, che provenivano da ceti meno elevati e non erano tra i principali teorici dell'Accademia degli Investiganti, Confuorto registra i seguenti punti essenziali:
1. L'Accusa e l'Arresto:
Li nomina come parte del gruppo di individui arrestati con l'accusa di ateismo e di aver diffuso dottrine eterodosse, collegandoli implicitamente ai circoli più radicali del nuovo pensiero filosofico.
2. La Condanna e l'Abiura Pubblica:
Confuorto registra l'atto finale della loro vicenda: furono costretti a fare pubblica abiura delle loro presunte eresie. Questo evento, che avvenne nel Duomo di Napoli (probabilmente all'inizio del 1693), era un grande spettacolo di deterrenza e di riaffermazione dell'autorità ecclesiastica.
3. Il Contesto di Gruppo:
Spesso Rosito e De Magistris vengono raggruppati da Confuorto con altri imputati di minor profilo (come Nicola Galdieri e Matteo Vitale). Questa sintesi riflette il fatto che i loro processi furono risolti più rapidamente, concentrandosi meno sui lunghi dibattiti filosofici e più sul ristabilimento dell'ordine pubblico.
In sostanza, Confuorto serve da prova storica che Rosito e De Magistris furono effettivamente perseguitati e condannati, registrando l'azione repressiva dell'autorità, pur non fornendo gli approfondimenti filosofici o i dettagli processuali riservati ai capi d'accusa.
La descrizione di Domenico Confuorto del
processo a Basilio Giannelli.
Domenico Confuorto, nel suo "Giornale di Napoli", descrive il processo a Basilio Giannelli e agli altri capi degli Investiganti con la prospettiva di un cronista che registra gli eventi pubblici e le loro conseguenze sociali, focalizzandosi in particolare sul momento culminante: l'abiura solenne.
Per Confuorto, il processo contro Giannelli non è un dibattito teologico, ma un atto di forza e di umiliazione pubblica, un monito lanciato dall'autorità ecclesiastica contro la "novità" filosofica.
La Descrizione del Processo e dell'Abiura
Confuorto include Giannelli nel gruppo dei principali intellettuali (gli "ateisti") che, dopo lunghe indagini e prigionia, furono costretti a una pubblica ritrattazione.
1. Il Contesto dell'Arresto:
Confuorto registra l'arresto di Giannelli e la sua prigionia, associandolo chiaramente al circolo di Giacinto De Cristofaro e al reato di aver sostenuto e diffuso la "nuova filosofia" (l'Atomismo e il Cartesianesimo), che veniva etichettata come ateismo.
2. Il Giorno dell'Infamia (Dicembre 1694):
Il cronista si sofferma sull'abiura collettiva (che avvenne nel Duomo di Napoli nel dicembre 1694) perché era un evento di grande rilevanza pubblica.
- L'Abito di Penitenza: Giannelli e gli altri furono condotti in Cattedrale vestiti con il sacco dell'infamia (o vesti gialle) e con il sambenito sul capo, recando in mano il cero acceso. L'enfasi è posta sull'aspetto della vergogna pubblica.
- La Folla: Confuorto sottolinea la partecipazione massiccia del popolo napoletano, attirato dallo spettacolo e dal significato dell'evento.
- La Lettura della Sentenza: Viene descritto il momento in cui, dopo la lettura della lunga sentenza da parte del Nunzio Apostolico, i condannati dovettero negare solennemente le dottrine eretiche sostenute (come la negazione della provvidenza o dell'immortalità dell'anima).
3. La Condanna Finale:
Confuorto registra che, dopo l'abiura (il passo che li riconciliava con la Chiesa), Giannelli fu condannato, come De Cristofaro, a una pena detentiva (il carcere perpetuo o per un lungo periodo) e a severe penitenze spirituali. Questo segnò la fine della sua carriera come intellettuale libero.
In sintesi, la descrizione di Confuorto è essenzialmente un verbale cronologico che documenta il fallimento del movimento razionalista napoletano e la vittoria dell'autorità ecclesiastica, con Giannelli come uno dei protagonisti involontari di questo dramma pubblico.



















