La domanda:
Chi è stato effettivamente il “Cardinale Nunzio” che emise e gestì le sentenze nei confronti di Giacinto De Cristofaro il 21 Dicembre del 1694 e degli altri accusati di ateismo.


Fonte: Sebastiano Tanara - Google immagini; Giacomo Cantelmo: Wikipedia.
È importante fare una piccola distinzione tecnica per rispondere con precisione:
nel contesto del Processo agli Ateisti (1688-1697), il titolo di "Cardinale Nunzio" viene spesso usato per indicare le due massime autorità ecclesiastiche che gestirono la repressione, ma si tratta di due figure distinte che lavorarono in stretto coordinamento:
1. Il Nunzio Apostolico: Sebastiano Antonio Tanara
Il "Nunzio" propriamente detto (cioè il rappresentante diplomatico del Papa a Napoli) era Sebastiano Antonio Tanara (1650-1724).
- Il suo ruolo:
Fu lui a gestire i rapporti tesi con il governo spagnolo (il Viceré) per ottenere l'estradizione degli indagati e per garantire che la Chiesa potesse processare i laici.
- La Sentenza:
In quanto delegato papale, Tanara presiedeva formalmente il tribunale della Nunziatura, che a Napoli faceva le veci del Sant'Uffizio (visto che i napoletani non avevano mai accettato un tribunale dell'Inquisizione formale).
Fu lui, tecnicamente, a leggere o a firmare molte delle sentenze di condanna.
2. Il Cardinale Arcivescovo: Giacomo Cantelmo
Spesso però, nelle cronache popolari e in Confuorto, la figura che emerge con più forza è quella del Cardinale Giacomo Cantelmo (1640-1702), nominato Arcivescovo di Napoli proprio durante il processo (1691).
- Perché è importante: Cantelmo era un nobile napoletano, ma di rigida osservanza romana. Fu il braccio "politico" e pastorale della repressione. Fu lui a trasformare il Duomo di Napoli nel palcoscenico per le grandi abiure pubbliche di Giannelli e De Cristofaro.
- L'intreccio: Poiché era sia Cardinale che strettissimo collaboratore del Nunzio, le due figure spesso si sovrappongono nei racconti dell'epoca.
In sintesi:
Dunque: se ci si riferisce all'autorità che firmò legalmente la sentenza per conto del Papa, questi fu il Nunzio Sebastiano Antonio Tanara.
Se invece ci si riferisce al "regista" che organizzò l'umiliazione pubblica nelle chiese di Napoli e che spinse più di tutti per schiacciare gli Investiganti, quello è stato il Cardinale Giacomo Cantelmo.
Curiosità: Il Nunzio Tanara fu poi creato Cardinale nel 1695, proprio verso la fine del processo, quasi come "premio" per aver riportato l'ordine dottrinale a Napoli. Per questo motivo in molti testi viene ricordato direttamente come "il Cardinale Nunzio".
Quale dei due ebbe il ruolo più attivo
e incisivo nella fase cruciale del processo agli ateisti
Il "Cardinale Nunzio" che ebbe il ruolo più attivo e incisivo nella fase cruciale del Processo agli Ateisti fu Giacomo Cantelmo (1640–1702).
Sebbene il processo fosse iniziato sotto i suoi predecessori, fu Cantelmo a imprimere la svolta repressiva definitiva e a gestire le spettacolari abiure pubbliche delle quali s’è scritto.
Il Cardinale Sebastiano Antonio Tanara (1650–1724) è stato una figura di primissimo piano della diplomazia pontificia e della Curia Romana tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento.
Sebbene non sia stato arcivescovo di Napoli come Cantelmo, la sua carriera si intreccia profondamente con le vicende politiche italiane ed europee del tempo, in particolare durante la delicata transizione della Guerra di Successione Spagnola.
1. Origini e Carriera Diplomatica
Nato a Roma da una nobile famiglia di origini bolognesi, Tanara si distinse giovanissimo per le sue doti oratorie e legali. La sua ascesa fu rapida e si sviluppò lungo l'asse diplomatico della Santa Sede:
- Nunzio Apostolico: Fu inviato nelle corti più importanti d'Europa: Portogallo, Bruxelles (Fiandre) e soprattutto Vienna, presso la corte imperiale.
- Missioni Delicate: A Vienna ebbe il difficile compito di gestire i rapporti tra il Papa e l'Imperatore in un momento di forti tensioni territoriali e religiose in Europa centrale.
2. Il Cardinalato e il ruolo a Roma
Fu creato cardinale da papa Innocenzo XII nel concistoro del 12 dicembre 1695.
- A Roma divenne un punto di riferimento per la fazione dei cosiddetti "Zelanti" nei conclavi, ovvero quei cardinali che cercavano di eleggere pontefici indipendenti dalle influenze delle grandi monarchie (Francia e Austria).
- Ricoprì incarichi di enorme prestigio: fu Prefetto della Congregazione del Concilio e, verso la fine della vita, divenne Cardinale Vescovo di Ostia e Velletri, ricoprendo la carica di Decano del Sacro Collegio (la massima autorità dopo il Papa).
3. Il ruolo nella Successione Spagnola
Il suo nome è legato a uno dei momenti più critici per l'Italia: il passaggio del controllo del Regno di Napoli e del Ducato di Milano dagli Spagnoli agli Austriaci.
- Tanara fu spesso l'intermediario scelto per trattare con l'Imperatore Carlo VI.
- La sua politica cercava di bilanciare le pretese imperiali per evitare che lo Stato della Chiesa venisse schiacciato o che l'Italia diventasse un campo di battaglia permanente.
4. Tanara e Giacomo Cantelmo: Due stili a confronto
Mentre il cardinale Cantelmo era l'uomo del "fronte" napoletano, impegnato a gestire la fede e l'ordine in una città inquieta e piena di mistiche e filosofi ribelli, Tanara era l'uomo dei grandi scenari europei.
- Entrambi però condividevano l'approccio della Controriforma matura: un'attenzione ossessiva all'ortodossia e una visione della Chiesa come potenza politica necessaria per l'ordine sociale.
Sintesi Cronologica

Nell'indice risulta che Domenico Confuorto scriva di lui, o di lui inserisca comunque una qualche nota o citazione, alla pagina 190 del II volume.
In realtà però del cardinale Sebastiano Antonio Tanara alla pagina 190 non v'è traccia. Quale sia stato l'errore, cioè una errata indicazione?, e dove trovar scritto di lui non possibile né facile saperlo.
Giacomo Cantelmo: Il Cardinale della Repressione
Il suo nome completo era Giacomo Cantelmo Stuart (spesso italianizzato in Giacomo Cantelmo) e apparteneva alla potentissima famiglia dei Cantelmo, duchi di Popoli.
L'aggiunta del cognome Stuart (o Stewart) non era un dettaglio secondario, ma una questione di prestigio internazionale e di pretese dinastiche che segnò profondamente l'identità della sua famiglia.
Giacomo Cantelmo fu una delle figure più potenti e più influenti della Chiesa napoletana della Napoli di fine Seicento. La sua vita rappresenta perfettamente l'incrocio tra l'alta nobiltà napoletana e le vette della gerarchia ecclesiastica romana.
Membro di una nobilissima famiglia napoletana, fu nominato Arcivescovo di Napoli nel 1691 (e creato cardinale poco prima).
I Cantelmo sostenevano una tesi genealogica molto ambiziosa: affermavano di discendere direttamente dalla casa reale di Scozia (gli Stuart).
· La leggenda familiare: Secondo la loro tradizione, un membro della famiglia reale scozzese si sarebbe trasferito in Francia e poi nel Regno di Napoli al seguito degli Angioini.
· Riconoscimento ufficiale: Questa parentela fu ufficialmente riconosciuta dai re di Spagna e persino dagli stessi Stuart (Giacomo II d'Inghilterra confermò il legame di sangue in una lettera del 1688).
Prestigio a Napoli: A Napoli, i Cantelmo Stuart erano considerati "principi del sangue", una delle famiglie più vicine alla corona e alla Santa Sede.
1. Origini Nobiliari
Giacomo Cantelmo apparteneva a una delle famiglie più illustri del Regno di Napoli, quella dei duchi di Popoli. La sua estrazione aristocratica gli garantì una formazione d'eccellenza presso il Collegio Romano dei Gesuiti e un accesso privilegiato alla corte papale.
2. Carriera Diplomatica e Nomine
Prima di diventare cardinale, si distinse come abile diplomatico per la Santa Sede:
- Nunzio Apostolico: Rappresentò il Papa in sedi delicatissime come Venezia, Svizzera, Lussemburgo e, soprattutto, in Polonia, dove ebbe un ruolo politico di primo piano.
- Cardinalato: Fu creato cardinale da papa Alessandro VIII nel 1690.
- Arcivescovo di Napoli: Nel 1691, papa Innocenzo XII (anch'egli napoletano) lo scelse per guidare la diocesi di Napoli, carica che mantenne fino alla morte.
3. Il Governo della Diocesi e la Lotta alle Eresie
Il suo episcopato a Napoli è ricordato per un rigore assoluto, molto in linea con le storie di misticismo e repressione dell'epoca:
- Rigore morale: Cercò di riformare il clero locale, spesso troppo mondano o indisciplinato.
- Inquisizione e Quietismo: Fu un nemico giurato di ogni deviazione dottrinale. Durante il suo mandato, l'Inquisizione napoletana fu molto attiva nel perseguire i sospetti di Quietismo (quella corrente mistica che avevamo visto toccare anche Serafina di Dio e Giulia Di Marco).
- L'Incredulismo: Si batté ferocemente contro la diffusione delle idee atee o eccessivamente razionaliste che iniziavano a circolare nei salotti intellettuali napoletani (il cosiddetto "processo agli ateisti").
4. Opere e Morte
Nonostante il carattere severo, fu un grande mecenate e si occupò del restauro di molte chiese napoletane e del miglioramento del Seminario Arcivescovile.
Morì a Napoli nel 1702 e fu sepolto nel Duomo, all'interno della cappella della sua famiglia.
Sintesi del Profilo

Il Ruolo di Giacomo Cantelmo
nel “Processo agli Ateisti"
Cantelmo fu visto dai contemporanei come il vero "motore" del rinvigorimento dell'Inquisizione a Napoli.
Il fatto che fosse un Cantelmo Stuart lo rendeva un uomo quasi "intoccabile". Nominato Arcivescovo di Napoli nel 1691 e Cardinale, fu lui il braccio operativo della repressione contro gli intellettuali che abbiamo discusso finora.
1. L'Inquisitore intransigente:
Fu Cantelmo a volere fermamente la chiusura dell'Accademia degli Investiganti. Per lui, il razionalismo di Cornelio e il giurisdizionalismo di D'Andrea non erano solo errori filosofici, ma una minaccia all'ordine divino e sociale di cui la sua famiglia era pilastro.
2. Scontro con il Viceré:
Forte della sua autorità (e del suo nome), Cantelmo entrò spesso in conflitto con il Viceré spagnolo, che cercava di proteggere i giuristi e i "novatori" per mantenere l'autonomia dello Stato.
3. La censura:
Sotto il suo mandato, la vigilanza sui libri proibiti (quelli di Cartesio, Gassendi e più tardi le bozze di Giannone) divenne asfissiante.
Ecco le notizie principali sul suo operato:
- Scontro di Potere: Il suo arrivo a Napoli coincise con una fase di forte tensione tra il potere della Chiesa e il governo civile (il Viceregno spagnolo). Cantelmo usò il processo agli ateisti per riaffermare l'autorità del Sant'Uffizio in un territorio che, per tradizione, aveva sempre osteggiato l'introduzione di un tribunale inquisitoriale formale "alla spagnola".
- L'Offensiva contro i Novatori: Fu lui a spingere per l'arresto definitivo dei "capi" dell'Accademia degli Investiganti. Vedeva nelle nuove filosofie (Cartesio, Gassendi) non solo un errore intellettuale, ma un seme di ribellione politica e sociale.
- La Regia delle Abiure: Le cerimonie nel Duomo, dove Rosito, De Magistris, Giannelli e De Cristofaro furono umiliati, furono orchestrate da lui. Cantelmo intendeva trasformare l'abiura in un atto di espiazione collettiva della città di Napoli.
Un cerchio che si chiude
È interessante notare come il conflitto fosse anche sociale: da un lato la vecchia aristocrazia feudale e religiosa (rappresentata da un principe-cardinale come Cantelmo Stuart), dall'altro il nuovo ceto civile e borghese (i "Novatori" come Giannone e D'Andrea) che chiedeva uno Stato basato sulla legge e non sul privilegio di sangue.
Gli altri Nunzi e Inquisitori coinvolti
Poiché il processo durò quasi un decennio (1688–1697), diverse figure si alternarono nel ruolo di delegati del Papa (Nunzi) o Inquisitori locali:
- Giuseppe Nicola Giberti: Fu l'inquisitore che materialmente avviò le indagini nel 1688. Tuttavia, colpito da cecità e poi morto nel 1689, non poté portare a termine il procedimento.
- Giambattista Giberti: Successore del precedente, continuò gli arresti (tra cui quello di De Cristofaro nel 1691), lavorando in stretta collaborazione con il cardinale Cantelmo.
- Sebastiano Antonio Tanara: Fu il Nunzio Apostolico a Napoli prima e durante le prime fasi del processo. Spesso i Nunzi agivano come braccio operativo del Papa per scavalcare le resistenze dei magistrati napoletani laici.
La Sentenza: Un Atto Politico
Il cardinale Cantelmo emanò la sentenza non solo come atto religioso, ma come una vera e propria "sentenza politica".
Egli voleva dimostrare che la Chiesa aveva il diritto di giudicare la cultura.
Confuorto e altri cronisti descrivono Cantelmo come un uomo di rigorosa ortodossia, la cui determinazione riuscì a piegare anche la resistenza di molti nobili napoletani che inizialmente avevano protetto i giovani investiganti.
La reazione del Viceré Francisco de Benavides,
Conte di Santisteban
La reazione del governo civile, rappresentato dal Viceré Francisco de Benavides, Conte di Santisteban, fu di estrema prudenza, ma anche di profondo fastidio.
Si scatenò un vero e proprio conflitto di poteri (la cosiddetta lotta giurisdizionale) che vedeva contrapposti il diritto dello Stato e le pretese della Chiesa.
Ecco come reagì il Viceré alla "prepotenza" del Cardinale Cantelmo e della Nunziatura:
1. La difesa del "Privilegio contro l'Inquisizione"
Il Regno di Napoli godeva di un privilegio storico: il popolo napoletano aveva sempre rifiutato l'istituzione di un tribunale dell'Inquisizione "formale" (sul modello spagnolo).
I processi per eresia dovevano essere gestiti dal tribunale del Nunzio o dal Vescovo, ma sotto la vigilanza dello Stato.
- La reazione del Viceré: Il Conte di Santisteban si oppose fermamente quando Cantelmo e il Nunzio Tanara cercarono di trasformare il processo in un'operazione dell'Inquisizione romana senza controllo civile. Il Viceré voleva evitare che la Chiesa introducesse la confisca dei beni, che avrebbe impoverito le famiglie dei "togati" (gli avvocati e i giuristi) fedeli alla corona spagnola.
2. La protezione diplomatica e i "rifugi"
Il Viceré non condivideva le idee degli "ateisti", ma vedeva negli imputati (soprattutto avvocati come De Cristofaro e Giannelli) dei sudditi utili allo Stato.
- Ostruzionismo: Per contrastare Cantelmo, il governo vicereale protesse inizialmente alcuni sospettati e cercò di rallentare gli arresti.
Quando però la pressione di Roma si fece insostenibile, il Viceré dovette cedere per non scatenare una crisi diplomatica con il Papa, ma pretese che i processi fossero celebrati con una certa moderazione.
3. La questione della "Maestà"
Il Cardinale Cantelmo sosteneva che l'ateismo fosse un crimine di lesa maestà divina, superiore a qualsiasi legge civile.
- La risposta civile: Il Viceré e il Consiglio d'Italia risposero che, pur essendo il re "Cattolicissimo", la giurisdizione sui sudditi laici spettava al Re.
Ci furono accesi scambi di lettere tra Napoli, Madrid e Roma.
Il governo civile temeva che, lasciando mano libera al Cardinale, la Chiesa avrebbe potuto arrestare chiunque fosse sgradito alla Curia, minando la stabilità politica del Regno.
4. Il compromesso delle abiure
Alla fine, il Viceré dovette permettere le abiure pubbliche per placare la Chiesa, ma riuscì a ottenere che le pene fossero meno severe di quanto richiesto dai "falchi" dell'Inquisizione (che avrebbero voluto la morte o la galera a vita in condizioni disumane).
- Il risultato: Il governo civile riuscì a impedire che il Processo agli Ateisti diventasse il grimaldello per introdurre stabilmente l'Inquisizione a Napoli, ma non poté impedire la distruzione intellettuale dei "Novatori".
In sintesi, il Viceré reagì cercando di limitare i danni: fu una ritirata strategica in cui lo Stato cedette sulla pelle di pochi intellettuali per salvare l'autonomia giurisdizionale del Regno di fronte alle pretese egemoniche del Cardinale Cantelmo.
È interessante notare che, pochi anni dopo la fine del processo (nel 1707), con il cambio di dinastia e l'arrivo degli Austriaci, questa tensione sfocerà in un'aperta politica anticuriale.
Il Cardinale Giacomo Cantelmo:
cosa accadde dopo il processo agli ateisti
La carriera del Cardinale Giacomo Cantelmo dopo il Processo agli Ateisti fu segnata da un paradosso: pur avendo vinto la battaglia religiosa, si trovò politicamente isolato e sconfitto dai cambiamenti geopolitici che travolsero Napoli.
Ecco come si concluse la sua vicenda:
1. L'apice del potere e la "Vittoria"
Dopo le abiure del 1694, Cantelmo si sentiva il trionfatore. Aveva restaurato l'autorità morale della Chiesa, messo a tacere i "Novatori" e dimostrato che la Curia poteva piegare l'orgoglio del ceto civile napoletano. In quegli anni, continuò a esercitare un potere quasi monarchico sulla città, promuovendo il restauro di numerose chiese e la riforma dei costumi.
2. Lo scontro con la nobiltà
La sua "prepotenza" non fu dimenticata.
Gran parte della nobiltà e del ceto togato (i giuristi) covarono un profondo risentimento. Cantelmo veniva percepito come un rappresentante degli interessi di Roma più che di quelli della sua patria napoletana. Questo isolamento sociale iniziò a minare la sua influenza reale sulla gestione del Regno.
3. La crisi dinastica e il declino
Il colpo di grazia arrivò con la Guerra di Successione Spagnola (1701).
- Cantelmo era un sostenitore della fazione filo-spagnola (Borbone). Quando nel 1701 scoppiò a Napoli la Congiura di Macchia (un tentativo di nobili napoletani di rovesciare il governo spagnolo a favore degli Austriaci), il Cardinale si trovò in una posizione difficilissima.
- Sebbene la congiura fallì, il clima politico era cambiato radicalmente. Le nuove idee che lui aveva cercato di soffocare con il processo stavano tornando sotto forma di istanze di indipendenza e riforme civili.
4. La morte e il giudizio storico
Giacomo Cantelmo morì a Napoli il 13 dicembre 1702.
- A livello ecclesiastico: Fu lodato come un baluardo della fede e un esempio di zelo inquisitoriale.
- A livello politico: La sua morte segnò la fine di un'epoca. Pochi anni dopo, nel 1707, gli Austriaci presero Napoli e iniziò una stagione di riforme che avrebbe portato all'espulsione di molti gesuiti e a una limitazione dei poteri dei vescovi.
Una curiosità sulle sue spoglie
Quando Giacomo Cantelmo morì nel 1702, fu sepolto nel Duomo di Napoli in un magnifico monumento funebre dove il nome "Stuart" è ben visibile, a eterna memoria della sua presunta discendenza reale.
Oggi, se visitiamo il Duomo di Napoli, si può vedere il suo imponente monumento funebre.
È ironico che il suo corpo riposi proprio nello stesso luogo dove egli aveva messo in scena le umilianti abiure dei filosofi e degli scienziati napoletani.
In sintesi: un bilancio
Cantelmo riuscì a fermare gli Investiganti nel breve periodo, ma non poté fermare la storia. Le idee di Tommaso Cornelio e Francesco D'Andrea, che lui aveva cercato di sradicare, riemersero con forza ancora maggiore pochi decenni dopo, gettando le basi per l'Illuminismo Napoletano di Giannone e Genovesi.
Lo scontro tra il Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart
e il Viceré Conte di Santisteban
Lo scontro tra il Cardinale Giacomo Cantelmo Stuart e il Viceré Conte di Santisteban (Francisco de Benavides) rappresenta uno dei momenti di massima tensione della storia napoletana, poiché non fu solo una lite tra due uomini, ma un vero conflitto di civiltà tra il potere dello Stato e quello della Chiesa.
Ecco i dettagli di questo duello politico e giuridico:
1. Il terreno dello scontro: La Giurisdizione
Il punto centrale era il cosiddetto "Exequatur": il diritto del Re (rappresentato dal Viceré) di esaminare e approvare ogni atto o bolla proveniente da Roma prima che diventasse esecutiva nel Regno.
- Santisteban difendeva ferocemente l'autonomia dello Stato. Sapeva che i "Novatori" e gli esponenti dell'Accademia degli Investiganti erano la spina dorsale dell'amministrazione (il ceto togato).
Perderli significava indebolire il governo spagnolo a favore di quello papale. - Cantelmo, forte della sua origine nobile e della nomina cardinalizia, voleva invece che l'Inquisizione avesse mano libera per estirpare l'eresia senza "interferenze" laiche.
2. La protezione dei "Togati"
Quando il Sant'Uffizio iniziò ad arrestare i giovani intellettuali nel 1688, Santisteban non rimase a guardare.
- Il Viceré protesse apertamente figure come Francesco D'Andrea, impedendo che il braccio secolare (la polizia dello Stato) collaborasse ciecamente con gli inquisitori.
- Cantelmo rispose accusando il governo vicereale di essere "morbido" con gli atei e i libertini, arrivando a denunciare a Roma che a Napoli la fede era in pericolo a causa della protezione politica data ai filosofi.
3. Il caso delle "Abiure" e la Confisca dei Beni
Lo scontro toccò l'apice sulla questione economica. La Chiesa voleva la confisca dei beni dei condannati (come De Cristofaro e Giannelli).
- Santisteban si oppose duramente: la confisca era un potere regale. Permetterlo alla Chiesa significava svuotare le casse del Regno e impoverire le famiglie nobili o borghesi vicine alla corona.
- Cantelmo, d'altro canto, premeva per cerimonie di abiura umilianti e pubbliche (come quella del 1694 nel Duomo) proprio per dimostrare che, nonostante la protezione del Viceré, la Chiesa aveva l'ultima parola sulla vita e sulla reputazione dei sudditi.
4. La "Vittoria" di Cantelmo e le conseguenze
Alla fine, la pressione diplomatica di Roma sulla corte di Madrid costrinse Santisteban a cedere su molti punti.
Il cardinale Cantelmo riuscì a portare a termine il processo, ottenendo le abiure e il carcere per i capi del movimento.
Tuttavia, fu una vittoria di Pirro:
1. L'odio per l'Inquisizione: La durezza di Cantelmo alimentò un odio profondo nel ceto civile napoletano verso l'ingerenza ecclesiastica.
2. La nascita del Ghibellinismo moderno: Proprio da questo scontro, giovani avvocati che avevano assistito alle prepotenze di Cantelmo (tra cui il giovane Pietro Giannone) iniziarono a teorizzare la necessità di uno Stato totalmente laico.
In sintesi, il cardinale Cantelmo Stuart fu l'ultimo grande difensore del Medioevo teocratico a Napoli, mentre il Viceré Santisteban, pur con i suoi limiti, cercò di proteggere quel "germoglio" di modernità che avrebbe poi portato all'Illuminismo.
Francisco de Benavides Dávila y Corella, IX Conte di Santisteban (o Santistevan), fu uno dei Viceré più significativi e controversi del periodo spagnolo a Napoli, governando la città dal 1687 al 1696.
La sua figura è fondamentale perché rappresentò l'ala "laica" e moderata dell'amministrazione spagnola, ponendosi spesso come scudo tra gli intellettuali napoletani e l'Inquisizione.
Profilo Biografico e Politico
Prima di arrivare a Napoli, Santisteban aveva già una solida esperienza diplomatica e di governo (era stato Viceré di Sicilia). Veniva descritto come un uomo colto, prudente e profondamente legato ai principi del regalismo (la difesa delle prerogative del Re contro quelle del Papa).
Le direttrici del suo governo:
- Difesa dei "Togati": Capì che la stabilità del Regno dipendeva dalla classe dei giuristi e dei magistrati napoletani (i cosiddetti togati). Per questo motivo, strinse un forte legame con Francesco D'Andrea, il leader dei Novatori.
- Modernizzazione amministrativa: Cercò di risanare le finanze del Regno e di migliorare l'ordine pubblico, scontrandosi spesso con i privilegi della nobiltà feudale e del clero.
Lo scontro con il Cardinale Cantelmo
Il momento più drammatico del suo viceregno fu il "Processo agli Ateisti". Santisteban si trovò in una posizione difficilissima: da un lato doveva obbedire al devotissimo re di Spagna Carlo II, dall'altro voleva proteggere la cultura napoletana dall'oscurantismo della Chiesa.

Il declino e il richiamo in Spagna
Nonostante i suoi sforzi per proteggere gli intellettuali (riuscì a evitare la pena di morte per molti imputati), la pressione di Roma su Madrid divenne insostenibile.
- L'indebolimento politico: Il re di Spagna Carlo II, malato e influenzato dai suoi confessori, non sostenne fino in fondo la linea laica di Santisteban.
- Il richiamo (1696): Dopo quasi dieci anni di governo, Santisteban fu richiamato in Spagna. La sua partenza fu vista come una tragedia dai "Novatori", poiché lasciava il campo libero alle pretese del Cardinale Cantelmo e del Sant'Uffizio.
- L'eredità: Santisteban lasciò un'immagine di viceré "illuminato" ante litteram. Durante il suo governo, Napoli continuò a essere un centro di dibattito europeo nonostante i processi.
In sintesi
Il Conte di Santisteban non fu un rivoluzionario, ma un politico realista.
Capì che per governare Napoli era necessario proteggere la sua intelligenza. Senza la sua opposizione diplomatica a Cantelmo, probabilmente la repressione contro l'Accademia degli Investiganti sarebbe stata molto più sanguinosa e rapida.
La partenza del Conte di Santisteban nel 1696 fu il colpo di grazia per la resistenza degli intellettuali napoletani.
Senza la sua protezione politica e la sua abilità diplomatica nel frenare le pretese della Chiesa, l'equilibrio di potere si spostò bruscamente a favore del Cardinale Cantelmo Stuart.
Ecco come l'uscita di scena di Santisteban
influenzò l'esito finale dei processi del 1697:
1. Il successore: Il Duca di Medinaceli
Al posto di Santisteban arrivò Luis de la Cerda, Duca di Medinaceli. Sebbene fosse un uomo di cultura e un protettore delle arti, Medinaceli non aveva la stessa forza politica o la stessa volontà di scontrarsi con Roma per difendere i "Novatori".
- Sotto il suo viceregno, la politica spagnola divenne più debole e accondiscendente verso il Papa, anche a causa della crisi dinastica che stava colpendo la Spagna (il re Carlo II era morente e senza eredi).
2. L'accelerazione finale di Cantelmo
Il Cardinale Cantelmo Stuart approfittò immediatamente del vuoto lasciato da Santisteban. Con un nuovo viceré meno ostile, l'Inquisizione poté finalmente "chiudere i conti":
- Pressione sui prigionieri: Le condizioni di detenzione peggiorarono e gli interrogatori si fecero più serrati.
- Isolamento dei difensori: I grandi giuristi come Francesco D'Andrea si trovarono politicamente isolati. Senza l'appoggio del Viceré, la loro difesa legale non bastava più a proteggere gli imputati dal braccio violento della Chiesa.
3. Le Abiure del 1697: L'umiliazione pubblica
Il culmine della repressione avvenne proprio nel 1697. Fu l'anno in cui si celebrarono le grandi abiure pubbliche che segnarono la fine simbolica del movimento degli Investiganti.
- Giacinto de Cristofaro: Il leader intellettuale del gruppo, dopo anni di resistenza, fu costretto a una pubblica e umiliante ritrattazione.
- Lo spettacolo della sottomissione: Cantelmo volle che queste cerimonie fossero grandiosi eventi pubblici nel Duomo di Napoli. L'obiettivo era mostrare al popolo che la "nuova filosofia" era stata sconfitta e che l'autorità della Chiesa era assoluta.
4. La "Normalizzazione" culturale
Con la conclusione dei processi nel 1697, Napoli subì una sorta di "congelamento" intellettuale:
- Chiusura dell'Accademia: L'Accademia degli Investiganti smise ufficialmente di esistere.
- Clandestinità: Gli intellettuali sopravvissuti non smisero di studiare, ma lo fecero in privato, temendo nuove denunce. Il dibattito scientifico e filosofico si spostò "sottoterra" o si mimetizzò dietro dispute giuridiche.
5. Il seme del riscatto: Verso Giannone
Paradossalmente, l'eccessiva durezza mostrata da Cantelmo dopo la partenza di Santisteban fu ciò che alimentò la rabbia della successiva generazione.
- Un giovane Pietro Giannone, assistendo a queste ingiustizie e vedendo come lo Stato avesse ceduto di fronte alla Chiesa, iniziò a maturare l'idea che l'unica soluzione fosse una riforma radicale del diritto.
- Il 1697 non fu quindi una "morte" definitiva, ma la trasformazione del movimento: dalla scienza sperimentale (Cornelio) si passò alla battaglia giurisdizionale (Giannone).
In sintesi, se Santisteban fosse rimasto ancora qualche anno, probabilmente il processo si sarebbe risolto con un compromesso politico silenzioso.
La sua partenza permise alla Chiesa di trasformare una disputa intellettuale in una vittoria politica totale, che però, nel lungo periodo, le si sarebbe rivolta contro con l'arrivo dell'Illuminismo.



















