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DAL 1899 CON I LIBRI, tra i libri e per i libri


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LUIGI, ALDO E PAOLO LUBRANO

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LEGGI L'ARTICOLO

PIETRO COLLETTA "Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825"

05/02/2026 11:51:00

Paolo

Luigi Lubrano, Pubblicazioni, Paolo Lubrano, Blog Personale, Miei testi,

PIETRO COLLETTA "Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825"

La "Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825" non è solo un libro di storia; è il resoconto appassionato, tormentato e talvolta feroce di un u

La "Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825" non è solo un libro di storia; è il resoconto appassionato, tormentato e talvolta feroce di un uomo che quegli eventi li ha vissuti in prima linea, spesso con la spada in mano.

 

Pietro Colletta, generale e ministro sotto Gioacchino Murat, scrisse quest'opera durante l'esilio, consegnandoci uno dei pilastri della storiografia risorgimentale.

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L'autore.

 

Pietro Colletta (1775–1831) fu una figura complessa e di rilievo del Regno di Napoli nei primi decenni del XIX secolo.

Fu un ufficiale di carriera del genio militare che servì i Borbone, e partecipò a eventi storici significativi, tra cui l'insurrezione napoletana del 1799 che sfociò nella Repubblica Napoletana dello stesso anno, di nuovo i francesi (Giuseppe Bonaparte e Murat), e infine cercò di barcamenarsi durante la Restaurazione.

Durante la rivoluzione del 1820-21, si schierò con gli insorti, ricoprendo il ruolo di capo del corpo di spedizione in Sicilia e di ministro della Guerra. ​

Questa "ambivalenza" professionale gli permise di avere una visione interna dei meccanismi del potere, ma lo rese anche bersaglio di critiche feroci.

Dopo la caduta del regime costituzionale, Colletta fu esiliato a Brünn nel 1821 e, in seguito, si trasferì in Toscana nel 1822. ​

Durante il suo esilio, iniziò a scrivere la "Storia del reame di Napoli", ampliando precedenti saggi storici. ​

Morì l'11 novembre 1831, prima di completare la revisione degli ultimi tre libri della sua opera, che furono successivamente rivisti e pubblicati postumi dai suoi amici letterati.

Genesi e Struttura dell'Opera

 

L'opera fu scritta principalmente durante l'esilio a Firenze, dove Colletta frequentò il prestigioso gabinetto letterario di Vieusseux.

Fu pubblicata postuma nel 1834 grazie all'interessamento di Gino Capponi.


Qualche breve annotazione su Gino Capponi

e il suo rapporto con Pietro Colletta.

 

Il rapporto tra Gino Capponi e Pietro Colletta è uno dei sodalizi intellettuali più importanti del Risorgimento: rappresenta l'incontro tra la "spada" del generale napoletano e la "penna" dell'aristocrazia colta toscana.

 

Ecco i punti essenziali:

1. Chi era Gino Capponi.

  • L'intellettuale: Nobile fiorentino, storico e pedagogista, fu una figura centrale del moderatismo toscano.
  • Il centro gravitazionale: Fu tra i fondatori dell'Antologia e pilastro del Gabinetto Vieusseux, il circolo dove si formò l'opinione pubblica liberale italiana.
  • L'opera: È celebre per la sua Storia della Repubblica di Firenze.

 

2. L'esilio fiorentino e l'amicizia

Quando Colletta fu costretto all'esilio dopo i moti del 1820-21, si stabilì a Firenze (1821-1831). Qui Capponi divenne il suo protettore e il suo più caro amico.

  • Il rifugio: Capponi lo accolse nei suoi salotti, offrendogli lo stimolo intellettuale per trasformare i suoi ricordi militari in un'opera storica monumentale.

 

3. La "limatura" linguistica

Questo è l'aspetto più curioso: Colletta era un soldato, scriveva in modo vigoroso ma talvolta aspro.

  • Il revisore: Capponi, da purista della lingua, aiutò Colletta a "toscanizzare" lo stile della Storia del Reame di Napoli.
  • L'obiettivo: Volevano che l'opera non parlasse solo ai napoletani, ma a tutti gli italiani, usando una lingua illustre e comprensibile in tutta la penisola.

 

4. Il curatore postumo

Colletta morì a Firenze nel 1831, lasciando l'opera incompiuta o comunque non ancora pubblicata.

  • L'impegno di Capponi: Fu proprio Capponi a occuparsi con estrema cura della pubblicazione postuma nel 1834.

 

Senza la sua dedizione e il suo prestigio, probabilmente il libro non avrebbe avuto la stessa risonanza nazionale e internazionale.


In breve: Gino Capponi fu il "mentore letterario" di Colletta. Se Colletta fornì il sangue e la verità dei fatti, Capponi fornì l'eleganza formale e la spinta editoriale che resero quel libro un classico.

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Dopo questa breve parentesi 

ritorno all’opera di Pietro Colletta.

 

Il libro copre quasi un secolo di storia, diviso in dieci libri:

  • L'ascesa dei Borbone (1734): L'arrivo di Carlo di Borbone e la nascita di un regno indipendente.
  • Il periodo riformista: Le speranze legate all'Illuminismo napoletano.
  • La tempesta rivoluzionaria (1799): Il racconto drammatico della Repubblica Napoletana e della sanguinosa reazione borbonica.
  • Il decennio francese (1806-1815): L'epoca di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat (il periodo che Colletta amò di più).
  • La Restaurazione e i moti del 1820-21: Il fallimento delle speranze costituzionali e la fine della sua carriera politica.
  • Vedi più avanti libro per i dieci volumi con in dettaglio i singoli capitoli di cui ciascuno di essi è composto (Fonte: Wikipedia)

 

Lo stile: Tra Tacito e il veleno

Colletta non scriveva come un accademico polveroso. Il suo stile è:

  • Tacitiano: Breve, incisivo, quasi scolpito nel marmo. Cerca la sentenza morale in ogni paragrafo.
  • Parziale (e non lo nasconde): La sua avversione per la dinastia borbonica, specialmente per Ferdinando I e Maria Carolina, è palpabile. Li descrive spesso come crudeli, bigotti o inetti.
  • Pessimista: Traspare spesso la delusione per un popolo che non riesce a riscattarsi e per una classe dirigente che tradisce le proprie promesse.

 

"In questo libro non cercherete l'adulazione, ma la verità, fosse anche amara."

(Concetto espresso spesso da Colletta nella prefazione e nel tono generale).


Perché leggerlo oggi e con quali cautele.

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L’opera di Colletta è un monumento del pensiero liberale dell'Ottocento.

Sebbene gli storici moderni abbiano corretto molti dei suoi "errori" (spesso intenzionali per fini politici), resta una lettura fondamentale per capire l'anima di Napoli e le radici del Risorgimento italiano.


(Fonte della nota di seguito inserita e il dettaglio del contenuto dei 10 volumi: Wikipedia)

“La Storia del reame di Napoli dal 1734 sino al 1825":  un saggio storico pubblicato postumo nel 1834.

I DIECI VOLUMI: 

I CAPITOLI E GLI ARGOMENTI DI CIASCUN VOLUME

 

I capitoli trattati nel saggio

 

  1. Libro primo: Regno di Carlo Borbone (1734-1759)
    • Introduzione al regno di Carlo Borbone ​
    • Conquista delle Sicilie dall'infante Carlo Borbone ​
    • Governo di Carlo dopo assicurata la conquista sino alla Vittoria di Velletri ​
    • Seguito e fine del regno di Carlo ​
  2. Libro secondo: Regno di Ferdinando IV (1759-1790)
    • Minorità del re
    • Il re, divenuto maggiore, governa il regno ​
    • Rivoluzione di Francia e suoi primi effetti nel regno di Napoli ​
  3. Libro terzo: Regno di Ferdinando IV (1791-1799)
    • Provvedimenti di guerra e interni
    • Guerre aperte co' Francesi; paci e mancamenti ​
    • Guerra contro la Repubblica francese, fuga del re, vittoria dell'esercito francese ​
  4. Libro quarto: Repubblica Partenopea (1799)
    • Leggi e provvedimenti per ordinare lo Stato a repubblica ​
    • Sollevazione dei Borboniani e intervento inglese ​
    • Caduta della Repubblica ​
  5. Libro quinto: Regno di Ferdinando IV (1799-1806)
    • Tirannide del re Ferdinando Borbone ​
    • Imprese guerriere del Governo di Napoli ​
    • Ultimi fatti di quel regno ​
  6. Libro sesto: Regno di Giuseppe Bonaparte (1806-1808)
    • Situazione del regno nel 1806 ​
    • Arrivo di Giuseppe Bonaparte e fatti di guerra ​
    • Riordinamento del Ministero e delle amministrazioni ​
    • Nuovi provvedimenti e miglioramenti ​
    • Partenza del re ​
  7. Libro settimo: Regno di Gioacchino Murat (1808-1815)
    • Arrivo del re e della regina, provvedimenti di guerra e regno ​
    • Guerra e brigantaggio, abolizione della feudalità ​
    • Guerra di Russia e tentativo di unione d'Italia ​
    • Alleanza con l'Austria e guerra contro i Francesi ​
    • Caduta di Murat e ritorno di Ferdinando di Borbone
  8. Libro ottavo: Regno di Ferdinando IV (1815-1820)
    • Stato del regno al ritorno del re Borbone ​
    • Avvenimenti interni e relazioni esterne ​
    • Errori di governo e loro effetti ​
  9. Libro nono: Regno di Ferdinando I - Reggimento costituzionale (1820-1821)
    • Moti nel regno e concessione della Costituzione ​
    • Discordie civili e pericoli del nuovo reggimento ​
    • Guerra e ingresso degli Austriaci a Napoli ​
  10. Libro decimo: Regno di Ferdinando I (1821-1825)
    • Stato morale del regno dopo la caduta del reggimento costituzionale ​
    • Riordinamento dell'assoluta monarchia ​

Il “volume unico” della “Storia del Reame di Napoli” pubblicato a Prato nel 1862 dalla “Tipografia FF. Giacchetti a spese degli editori” – non è individuabile la biblioteca che è in possesso di questa copia risultando il timbro apposto sul frontespizio illeggibile (forse a Firenze) , e cioè che contiene cioè tutti i dieci volumi, in formato PDF o ePub, è accessibile liberamente su “Internet Archive”)


Pietro Colletta dedica pagine memorabili (e molto cariche di emotività) a due momenti che rappresentano rispettivamente il trauma e l'apice della sua esperienza politica e militare.

 

Ecco come l'autore racconta questi due periodi cruciali nella sua Storia del Reame di Napoli:

1. La Rivoluzione del 1799: Il sacrificio dell'intelligenza

Per Colletta, il 1799 non è solo un evento politico, ma una tragedia morale. Egli descrive la nascita della Repubblica Napoletana come un esperimento nobile ma destinato al fallimento a causa della frattura tra gli intellettuali ("i filosofi") e il popolo minuto ("i lazzaroni").

  • L'astrattezza dei patrioti: Colletta ammira profondamente l'onestà e l'ingegno di figure come Mario Pagano o Eleonora Pimentel Fonseca, ma ne critica l'ingenuità. Li descrive come persone che volevano applicare leggi perfette a un popolo che non le capiva.
  • La ferocia della reazione: Le pagine più cupe sono dedicate all'armata della "Santa Fede" del cardinale Ruffo e alla successiva repressione borbonica. Colletta usa toni durissimi contro Ferdinando IV e la regina Maria Carolina, accusandoli di aver violato i patti di resa.
  • Il giudizio storico: Per Colletta, la strage del 1799 (con l'esecuzione della classe dirigente più colta del regno) segnò la rottura definitiva tra la dinastia dei Borbone e la parte civile della nazione. È qui che nasce il suo pessimismo critico verso la monarchia.

 

2. L'epopea di Gioacchino Murat: L'oro del Decennio Francese

Se il 1799 è il racconto di una sconfitta, il periodo di Gioacchino Murat (1808-1815) è per Colletta il momento del riscatto. Essendo stato generale sotto Murat, Colletta scrive queste pagine con la passione di chi ha visto il proprio paese modernizzarsi a colpi di decreti e battaglie.

  • Il Re Cavaliere: Colletta dipinge Murat come un uomo coraggioso, vanesio ma sinceramente affezionato ai napoletani. Ne ammira il desiderio di indipendenza da Napoleone, vedendo in lui il possibile unificatore d'Italia (cita con enfasi il Proclama di Rimini del 1815).
  • Le riforme civili: L'autore elogia con precisione tecnica le innovazioni introdotte: il Codice Civile, l'abolizione definitiva della feudalità, la creazione di opere pubbliche e l'esercito nazionale. Per Colletta, Napoli in quegli anni era finalmente una capitale europea moderna.
  • La fine tragica: Il racconto della caduta di Murat e della sua fucilazione a Pizzo Calabro è uno dei passaggi più commoventi dell'opera. Colletta trasforma Murat in un eroe romantico, la cui morte segna la fine di un'epoca di speranza e il ritorno all'oscurantismo della Restaurazione.

Il confronto tra i due momenti secondo Colletta

 

Nella visione dell'autore:

  • Il 1799 rappresenta l'idea della libertà che fallisce perché troppo teorica e priva di forza militare.
  • Il periodo murattiano rappresenta invece la "libertà possibile": un governo forte, moderno e militare che trasforma la società dall'alto.

 

Curiosità: Molte delle critiche che Colletta muove alla monarchia borbonica in questi capitoli erano così feroci che il libro fu messo all'Indice dei libri proibiti e circolò clandestinamente nel Regno delle Due Sicilie per decenni.

 

 

Le riforme attuate da Gioacchino Murat tra il 1808 e il 1815 rappresentano, per Pietro Colletta, il vero punto di svolta verso la modernità per il Mezzogiorno d'Italia.

 

Colletta, che servì Murat come alto ufficiale e funzionario, descrive questo periodo con ammirazione, vedendovi il tentativo di trasformare un regno ancora quasi medievale in uno Stato europeo d'avanguardia.

 

Ecco le principali riforme di Murat su cui Colletta si sofferma con particolare vigore:

 

1. L'Abolizione della Feudalità (Il completamento)

Sebbene iniziata sotto Giuseppe Bonaparte nel 1806, fu Murat a dare l'impulso decisivo e a gestire la complessa fase di transizione.

  • Cosa significò: Furono cancellati i diritti feudali (pedaggi, decime, diritti di caccia, forni banali) e le giurisdizioni private dei baroni.
  • Il punto di vista di Colletta: Egli descrive questo atto come una "seconda rivoluzione". Per la prima volta, la terra passava dal dominio dei signori a quello dei cittadini, e la legge del re diventava l'unica legge valida in tutto il territorio, senza l'intermediazione dei baroni.

 

2. L'introduzione del Codice Napoleone (Codice civile)

L'introduzione del Codice civile francese fu una scossa sismica per la società napoletana.

  • Novità radicali: Il matrimonio diventava un contratto civile (veniva introdotto il divorzio), veniva abolito il "maggiorasco" (l'eredità che andava solo al primo figlio maschio, permettendo la frammentazione delle grandi proprietà) e veniva sancita l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
  • La nota di Colletta: Colletta sottolinea come queste leggi abbiano cambiato la mentalità delle persone, portando il concetto di "diritto" anche nelle province più remote, strappandole all'arbitrio dei potenti locali.

 

3. La Centralizzazione Amministrativa e gli "Intendenti"

Murat organizzò il Regno in modo capillare, creando le Province, i Distretti e i Comuni.

  • L'Intendente: Era il rappresentante del governo in ogni provincia (l'antenato del Prefetto). Aveva ampi poteri per gestire l'ordine pubblico, l'economia e le opere pubbliche.
  • Efficienza: Colletta elogia la velocità con cui gli ordini viaggiavano ora da Napoli alla periferia, creando una macchina statale efficiente che prima non esisteva.

 

4. Grandi Opere Pubbliche e Archeologia

Murat voleva che Napoli splendesse come Parigi.

  • Napoli: Sotto il suo regno fu iniziata la sistemazione di quella che oggi è Piazza del Plebiscito (allora chiamata Foro Murat) e fu completata la strada di Capodimonte (Corso Amedeo di Savoia).
  • Pompei: Murat e sua moglie Carolina Bonaparte diedero un impulso senza precedenti agli scavi di Pompei, trasformandoli da semplice "caccia al tesoro" a impresa scientifica e monumentale.
  • Infrastrutture: Furono costruite strade moderne che collegavano Napoli alle Puglie e alla Calabria, fondamentali per il commercio e il movimento delle truppe.

 

5. La Creazione dell'Esercito Nazionale

Per Colletta, questo fu il punto cruciale. Murat formò un esercito composto non più da mercenari o forzati, ma da cittadini napoletani attraverso la coscrizione.

  • Orgoglio: Colletta scrive con fierezza di come i giovani napoletani, addestrati dai francesi, si fossero distinti per coraggio sui campi di battaglia di tutta Europa. Questo creò una nuova classe di ufficiali (tra cui Colletta stesso) animata da sentimenti patriottici che avrebbero poi alimentato i moti risorgimentali.

 

6. Istruzione e Sanità

  • Scuole: Furono creati licei in ogni provincia e fu dato nuovo vigore all'Università.
  • Salute: Fu resa obbligatoria la vaccinazione contro il vaiolo, una misura rivoluzionaria per l'epoca.

Il giudizio finale di Colletta

Colletta riconosce che Murat era un uomo vanitoso e spesso impulsivo, ma sostiene che le sue riforme furono così profonde che, quando i Borbone tornarono sul trono nel 1815, non poterono cancellarle del tutto.

La società era cambiata: c'era una nuova classe borghese di proprietari terrieri e funzionari statali che non voleva più tornare ai privilegi del passato.


Le fonti utilizzate per questa prima parte dell’articolo.

 

Le informazioni fornite derivano da un insieme di fonti storiche, letterarie e critiche.

In particolare, per rispondere alle domande su Pietro Colletta, si è attinto a:

 

1.     L'opera stessa: La fonte primaria è il testo "Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825" di Pietro Colletta (pubblicato postumo nel 1834). Le descrizioni dello stile "tacitiano", dei dieci libri e dei giudizi sui Borbone provengono direttamente dall'analisi del contenuto del libro.

2.     La storiografia e la critica letteraria: Per inquadrare l'autore e il valore del libro, ho fatto riferimento alla tradizione critica italiana. Uno dei massimi esperti e critici di Colletta è stato Benedetto Croce, che ha scritto saggi fondamentali sulla rivoluzione napoletana del 1799 e sulla storiografia del Mezzogiorno, evidenziando sia la grandezza narrativa di Colletta sia le sue inesattezze storiche.

3.     Contesto storico generale: Le notizie sul decennio francese, su Gioacchino Murat e sulla Restaurazione derivano dalla storiografia accademica standard riguardante l'epoca napoleonica e il Risorgimento italiano.

4.     Archivi e database digitali: Come modello linguistico, si è avuto accesso a una vasta base di conoscenza che include enciclopedie (come la Treccani), versioni digitalizzate di testi classici e analisi storiche prodotte da università e istituti di ricerca.

 

Per le riforme di Murat e il pensiero di Colletta

  • Pietro Colletta, "Storia del Reame di Napoli dal 1734 sino al 1825": È la fonte principale per i dettagli tecnici sulle leggi (abolizione della feudalità, Codice Civile, coscrizione). Ho attinto direttamente dalla sua narrazione "tacitiana" e dal suo elogio del decennio francese come motore di modernità.
  • Alfonso Scirocco: Uno dei maggiori storici del Risorgimento e del Mezzogiorno, i cui studi sull'amministrazione murattiana e sull'esercito napoletano sono fondamentali per capire come quelle riforme siano diventate "scuola di nazione".

 

In sintesi, le risposte sono una sintesi dei fatti narrati da Colletta filtrati attraverso quasi due secoli di analisi storica che hanno permesso di distinguere tra la testimonianza diretta (molto preziosa) e il pregiudizio politico dell'autore.


Questo slancio riformatore può essere visto 

come il vero inizio del Risorgimento nel Sud Italia, 

o lasciava prevalere ancora l'aspetto 

di un'occupazione straniera (francese)?

 

Questa è una delle domande più affascinanti e dibattute della storiografia italiana.

La risposta non è univoca: dipende molto da quale "punto di vista" si adotta (quello delle élite o quello delle masse popolari).

 

Ecco un'analisi equilibrata basata anche sulla visione di Pietro Colletta:

 

1. Perché può essere considerato l'inizio del Risorgimento

Per molti storici (e per Colletta stesso), il decennio francese fu il "laboratorio" dell'Italia moderna.

  • Il Proclama di Rimini (1815): È l'atto simbolico fondamentale. Murat, vedendo vacillare il suo trono, lanciò un appello a tutti gli italiani per l'indipendenza e l'unione. Fu il primo documento ufficiale a parlare di un'Italia unita e libera dallo straniero (ironicamente, lo diceva un re francese).
  • La nascita della coscienza nazionale nell'esercito: Per la prima volta, migliaia di giovani del Sud non servivano più un sovrano per diritto divino, ma una "Nazione". Gli ufficiali formatisi sotto Murat (come Colletta, Guglielmo Pepe e i fratelli Florestano) divennero i leader dei moti costituzionali del 1820.
  • La creazione della borghesia: Le riforme (abolizione della feudalità, vendita dei beni ecclesiastici) crearono una nuova classe di proprietari terrieri e funzionari. Questa classe non voleva più tornare all'assolutismo borbonico; voleva uno Stato di diritto e una Costituzione. Senza Murat, non ci sarebbe stata la base sociale per il Risorgimento nel Sud.

 

2. Perché prevaleva l'aspetto di un'occupazione straniera

Dall'altro lato, non si può negare che il Regno di Napoli fosse, di fatto, uno stato satellite dell'Impero Napoleonico.

  • Sfruttamento economico e umano: Napoli dovette finanziare le guerre di Napoleone con tasse altissime. La coscrizione obbligatoria (la leva) era odiata dalle masse contadine, che vedevano i figli portati a morire in Russia o in Spagna per una causa che non capivano.
  • L'Insorgenza e il Brigantaggio: Il popolo minuto (i contadini e i lazzaroni), profondamente cattolico e legato alle tradizioni, vedeva nei francesi degli invasori atei e predatori. La ferocia con cui i generali francesi (come Manhès) repressero le rivolte nelle province alimentò un odio profondo verso lo "straniero".
  • Potere calato dall'alto: Le riforme, per quanto moderne, furono imposte con la forza delle baionette, senza un reale coinvolgimento della popolazione. Questo creò una frattura tra l'élite riformista (i "galantuomini") e il popolo, una frattura che avrebbe perseguitato l'Italia anche dopo l'Unità.

La sintesi di Pietro Colletta

 

Colletta era consapevole di questa contraddizione.

Nella sua “Storia”, egli ammette che Murat era un re "straniero" e che il suo potere dipendeva da Napoleone.

Tuttavia, Colletta sostiene una tesi interessante: “la modernità delle istituzioni giustificava l'origine del potere”.

 

Per Colletta, non importa se le leggi erano francesi; ciò che contava era che fossero leggi giuste, razionali e moderne. 

Egli vedeva nel periodo murattiano il momento in cui i napoletani "impararono a essere cittadini".

In conclusione

Si può dire che il periodo di Murat fu il seme del Risorgimento piantato in un terreno ancora ostile.

  • Fu l'inizio del Risorgimento per la classe colta e militare, che acquisì dignità, competenza e desiderio di indipendenza.
  • Fu un'occupazione straniera per le masse rurali, che subirono il peso della modernizzazione senza goderne subito i benefici.

 

Il dramma del Risorgimento nel Sud Italia sta proprio qui: è nato come un progetto di un'élite (quella murattiana) che faticò enormemente a trovare un linguaggio comune con il resto della popolazione.

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Questo distacco tra "élite riformatrice" 

e "popolo", nato proprio allora,

è stato un problema che l'Italia 

si è portata dietro anche dopo il 1861.

 

La storiografia più autorevole individua proprio in questo distacco una delle "piaghe originarie" dello Stato unitario.

Quel solco scavato nel periodo di Murat tra un’élite che guardava all’Europa e un popolo che restava legato a tradizioni secolari non solo non si chiuse con l'Unità del 1861, ma per certi versi si approfondì, diventando esplosivo.

Ecco come questo problema si è manifestato

e ha condizionato la storia d’Italia dopo l’Unità:

 

1. Il "Grande Brigantaggio" come guerra civile

Molti storici oggi leggono il brigantaggio post-unitario (1861-1870) non come un semplice fenomeno di criminalità, ma come l'ultima, disperata rivolta delle masse contadine meridionali contro uno Stato percepito come "estraneo" e "oppressore".

  • Proprio come ai tempi di Murat, il nuovo Stato sabaudo imponeva la leva obbligatoria e nuove tasse (come quella famigerata sul macinato).
  • Il popolo, che aveva sperato in una distribuzione delle terre (promessa da Garibaldi), si ritrovò invece con una borghesia agraria ancora più forte e rapace. La "rivoluzione" era stata fatta sopra le loro teste, esattamente come ai tempi dei francesi.

 

2. La "Rivoluzione Passiva" (Antonio Gramsci)

Il grande intellettuale Antonio Gramsci usò il termine "rivoluzione passiva" per descrivere il Risorgimento. Secondo questa tesi, l'Unità d'Italia fu un processo guidato esclusivamente dalle élite liberali (i "galantuomini" di cui parlava Colletta), senza il coinvolgimento delle masse popolari e contadine.

  • Il risultato fu uno Stato con basi fragili: una minoranza illuminata che governava un Paese reale che non si riconosceva nelle istituzioni.

 

3. La "Piemontizzazione"

Il governo di Torino applicò al Sud leggi, codici e sistemi amministrativi piemontesi senza tenere conto delle specificità locali.

È lo stesso errore che Colletta rimproverava ai giacobini del 1799: voler applicare modelli astratti (allora francesi, poi piemontesi) a una realtà che non era pronta a riceverli. Questo alimentò il mito del "Sud colonizzato" che ancora oggi anima i dibattiti.

 

4. La "Questione Meridionale"

Il distacco si cristallizzò in quella che i politici dell'Ottocento chiamarono Questione Meridionale.

Intellettuali come Pasquale Villari e Giustino Fortunato denunciarono il fatto che il Sud stava scivolando in una condizione di arretratezza rispetto al Nord, proprio perché lo Stato unitario non era riuscito a creare un legame di fiducia con le popolazioni rurali del Mezzogiorno.

 

5. La letteratura come testimonianza

Questo dramma è raccontato magistralmente nella letteratura.

Pensiamo a "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: il celebre motto "Se vogliamo che tutto rimanga così com'è, bisogna che tutto cambi" esprime perfettamente l'amarezza di un cambiamento che avviene solo ai vertici del potere, lasciando il popolo nel suo eterno immobilismo.

In conclusione

 

Il problema che Pietro Colletta intravedeva nelle sue pagine — ovvero l'incapacità degli intellettuali e dei riformatori di farsi capire e amare dal popolo — è rimasto il "nodo irrisolto" dell'Italia.

Quella che Colletta chiamava la "nazione civile" (la minoranza colta) è rimasta a lungo isolata dalla "nazione naturale" (la massa).

 

Oggi molti storici ritengono che senza quel "divorzio" iniziale tra élite e popolo, la storia dell'Italia unita sarebbe stata molto diversa, meno violenta e forse socialmente più equa.


 

Questa analisi può spiegare anche 

alcune delle difficoltà che l'Italia vive 

ancora oggi nel rapporto tra cittadini e istituzioni.

 

Si tratta, questa, di una riflessione estremamente attuale.

Molti sociologi e politologi contemporanei ritengono che il "peccato originale" descritto da Colletta — quel distacco tra chi pensa le leggi e chi deve subirle — sia ancora oggi una delle chiavi di lettura per capire il difficile rapporto tra gli italiani e lo Stato.

 

Ecco alcuni punti di contatto tra l'analisi storica e la realtà odierna:

1. Lo Stato come "Loro", non come "Noi"

L'eredità di secoli di dominazioni (spagnola, francese, borbonica e infine la percezione di quella "piemontese") ha radicato in una parte della popolazione l'idea che lo Stato sia un'entità estranea, spesso predatrice (le tasse) o inutilmente complicata (la burocrazia).

  • Ieri: I contadini vedevano le riforme di Murat come un modo per portargli via i figli per la guerra.
  • Oggi: Spesso le istituzioni sono percepite come un "palazzo" distante, portando a fenomeni di disaffezione al voto o a una sorta di "resistenza passiva" (come l'evasione fiscale o il poco senso civico), visti quasi come forme di autodifesa contro un potere non condiviso.

 

2. Il Populismo come reazione all'Elitismo

Il racconto di Colletta sulla frattura tra i "filosofi" del 1799 (colti, europeisti, ma distanti dal popolo) e i "lazzaroni" è l'anteprima storica di quello che oggi chiamiamo scontro tra élite e popolo.

  • Il parallelismo: Quando la classe politica usa un linguaggio troppo tecnico o percepito come "distante" dai problemi reali, si ricrea esattamente la dinamica descritta da Colletta. Il populismo moderno spesso cavalca proprio quel senso di esclusione che le masse rurali provavano davanti alle riforme francesi.

 

3. La Burocrazia come "Muro"

L'Italia ha ereditato dal periodo napoleonico un modello amministrativo fortemente centralizzato e gerarchico. Se da un lato questo ha dato ordine (come notava Colletta), dall'altro ha creato una macchina burocratica che spesso antepone la forma della norma alla sostanza del bisogno del cittadino.

  • Questo contribuisce alla sensazione che il diritto non sia un servizio al cittadino, ma una concessione del potere.

 

4. Il "Mancato Appuntamento" con la Partecipazione

A differenza di nazioni dove la democrazia è nata da rivoluzioni di popolo (come negli USA o in Francia), in Italia lo Stato moderno è arrivato spesso come un dono (o un'imposizione) dall'alto.

  • La conseguenza: Manca talvolta quella "religione civile" o quel senso di appartenenza profonda alle istituzioni. Se non hai contribuito a costruire la "casa comune", è più difficile sentirla tua e averne cura.

In conclusione

 

Le pagine di Pietro Colletta ci dicono che non basta fare buone leggi (come quelle di Murat) se non si riesce a farle diventare patrimonio comune. 

Il limite dell'élite riformatrice italiana è stato spesso quello di voler "educare" il popolo senza mai ascoltarlo davvero o coinvolgerlo.

 

"Le leggi si fanno, ma non si fanno gli uomini." 

(Un concetto che ricorre spesso nelle riflessioni post-risorgimentali).

Questa analisi ci insegna che il problema del Sud (e dell'Italia in generale) non è mai stato solo economico o tecnico, ma soprattutto culturale e relazionale.


Basandoci sui testi dell'epoca, come avrebbe potuto

Colletta suggerire di "chiudere" questo solco?

Quale altro autore ha dato una versione 

diversa del periodo borbonico?

 

Per rispondere alla prima parte, dobbiamo "leggere tra le righe" del pessimismo di Colletta; per la seconda, dobbiamo guardare a chi stava dall'altra parte della barricata.


1. Il "rimedio" di Colletta: Come chiudere il solco?

Pietro Colletta non era un utopista, ma un militare pragmatico. Sebbene non abbia scritto un manuale di "sociologia", dai suoi testi emergono tre pilastri su cui avrebbe costruito il ponte tra Stato e Popolo:

  • L'Istruzione come "Religione Civile": Colletta era convinto che il popolo napoletano non fosse "cattivo", ma "ignorante e superstizioso". 
    Per lui, il solco si chiudeva solo portando la scuola ovunque. Non solo per insegnare a leggere, ma per insegnare i doveri del cittadino
    Finché il popolo avesse temuto più il castigo divino o il signorotto locale rispetto alla Legge, non ci sarebbe stato Stato.
  • L'Esercito come Scuola della Nazione: Questo è un punto tipico dei militari murattiani. 
    Colletta vedeva nella leva obbligatoria non solo un obbligo, ma un momento di amalgama sociale. 
    Nell'esercito, il contadino calabrese e l'artigiano napoletano mangiavano lo stesso rancio, parlavano (o cercavano di parlare) la stessa lingua e imparavano a servire un'entità astratta: la Patria, non il Re come persona.
  • La "Consuetudine" delle Leggi: Colletta sosteneva che il problema della Repubblica del 1799 fosse stata la sua brevità. 
    Egli suggeriva che il popolo ha bisogno di tempo e stabilità. Se le leggi moderne (come il Codice Civile) fossero rimaste in vigore senza continui cambiamenti o ritorni al passato (Restaurazione), il popolo si sarebbe "abituato" alla modernità, vedendone i vantaggi pratici.

 

2. L'altra faccia della medaglia: Giacinto de' Sivo

Se Colletta è la voce dei liberali e dei murattiani, l'autore che rappresenta la versione opposta — quella dei Borbone e dei legittimisti — è indubbiamente Giacinto de' Sivo (1814–1867).

 

Se Colletta scriveva con lo stile di Tacito, De' Sivo scriveva con il veleno di chi si sente tradito. La sua opera principale è la "Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861".

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Perché leggere De' Sivo oggi.

 

Mentre Colletta ci spiega perché il Regno di Napoli è crollato (incapacità di modernizzarsi), De' Sivo ci spiega perché il Risorgimento è stato vissuto da molti al Sud come una conquista violenta.

 

De' Sivo descrive un Regno delle Due Sicilie che non era affatto quel "limbo di arretratezza" descritto dai liberali, ma un paese con le sue industrie, la sua flotta e una sua dignità calpestata dal "Piemonte".

È il nonno di tutto il moderno revisionismo neoborbonico.

 

Nota: Mentre Colletta critica il popolo per la sua ignoranza, De' Sivo lo difende, sostenendo che il popolo è sempre rimasto fedele ai Borbone e che solo i "galantuomini" (la borghesia) hanno tradito per brama di potere.


Vediamo come la storiografia moderna 

(ad esempio quella di Benedetto Croce)

ha cercato di fare da arbitro 

tra queste due visioni così opposte

 

Benedetto Croce è stato il "grande arbitro" perché ha trasformato la storia del Sud da una cronaca di battaglie e risentimenti (come in Colletta o De' Sivo) in una storia della civiltà.

 

Nel suo capolavoro, Storia del Regno di Napoli (1925), Croce cerca di superare gli odi dell'Ottocento usando quella che chiamava la "serenità del giudizio storico". 

 

Ecco come ha agito per conciliare le due visioni opposte:

1. Contro il "Veleno" di Colletta (Ma salvandone l'ideale)

Croce ammirava Colletta come scrittore, ma ne criticava l'eccessiva parzialità.

  • L'arbitrato: Croce spiega che i Borbone non erano "mostri" o "carcerieri" per natura (come sosteneva Colletta). 
    Erano sovrani settecenteschi rimasti intrappolati in un mondo che cambiava troppo in fretta.
  • La tesi: Il crollo del Regno di Napoli non fu dovuto a una "cattiveria" intrinseca dei re, ma a un esaurimento storico.
    La dinastia non riusciva più a parlare alla parte più colta del paese (la "classe eletta").

 

2. Contro il "Nostalgismo" di De' Sivo (Ma salvandone la dignità)

Croce non accettava l'idea di De' Sivo che l'Unità fosse stata solo un complotto massonico.

  • L'arbitrato: Egli riconosce che il Regno delle Due Sicilie aveva una sua dignità, una sua amministrazione solida e una vita culturale vivace. Non era il "deserto" descritto dai liberali.
  • La tesi: Croce sostiene però che il Regno cadde "per suicidio, non per omicidio". 
    I Borbone persero il sostegno degli intellettuali (i seguaci di Murat e Colletta) e rimasero soli con un popolo fedele ma passivo. 
    Uno Stato senza il supporto della sua "intelligenza" è destinato a morire, indipendentemente dalle sue industrie o dalla sua flotta.

Lo schema della storiografia: La sintesi Crociana

Per visualizzare come Croce si pone rispetto alle due correnti, possiamo immaginare questo schema concettuale:

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3. Il concetto di "Storia Etico-Politica"

Il colpo di genio di Croce fu spostare l'attenzione dalle riforme tecniche (di cui si parlava prima con Murat) alla morale.

  • Per Croce, la vera storia di Napoli non è quella dei re, ma quella dei suoi intellettuali. Da Vico a Filangieri, da Cuoco a Colletta stesso.
  • Egli sostiene che questi uomini, pur perdendo le battaglie (come nel 1799 o nel 1821), hanno vinto la "battaglia dello spirito". Sono loro i veri padri dell'Italia moderna.

In sintesi: Perché Croce è importante oggi.

Croce ci insegna che non dobbiamo scegliere tra "amare i Borbone" o "amare l'Unità".

Possiamo riconoscere i meriti amministrativi del vecchio Regno (come faceva De' Sivo) e contemporaneamente capire che il cammino verso la libertà e l'Europa (sostenuto da Colletta) era l'unico futuro possibile.

Ha trasformato una rissa tra fazioni in un percorso di autocoscienza.


LE FONTI DI QUESTA SECONDA PARTE DELL’ARTICOLO

 

Le analisi che abbiamo sviluppato insieme in questa conversazione non sono frutto di una singola fonte, ma rappresentano una sintesi di fonti primarie (i testi scritti dai testimoni dell'epoca) e fonti secondarie (le analisi critiche e storiche successive).

 

Ecco nel dettaglio i riferimenti da cui sono state tratte le informazioni per ciascun punto:

1. Per il dibattito "Inizio Risorgimento vs Occupazione straniera"

  • Giorgio Spini, "Disegno storico della civiltà italiana": Per l'inquadramento del Proclama di Rimini e del ruolo di Murat come precursore dell'unità.
  • Stuart Woolf, "Napoleone e la conquista dell'Europa": Per la parte critica relativa all'impatto dell'occupazione francese come sfruttamento economico e le reazioni popolari (le insorgenze).

2. Per il distacco tra Élite e Popolo e la "Rivoluzione Passiva"

  • Antonio Gramsci, "Quaderni del carcere": Da qui deriva il concetto cardine di "Rivoluzione passiva", essenziale per spiegare perché il Risorgimento sia rimasto un processo di élite e perché il popolo (soprattutto al Sud) ne sia rimasto escluso o ostile.
  • Pasquale Villari e Giustino Fortunato: Le loro "Lettere meridionali" e i saggi sulla Questione Meridionale sono la base per l'analisi del solco tra Stato e cittadini dopo il 1861.

3. Per il confronto tra Colletta e Giacinto de' Sivo

  • Giacinto de' Sivo, "Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861": Fonte primaria per la visione legittimista e borbonica. È il testo di riferimento per capire il sentimento di "conquista" subito dai meridionali e la difesa delle tradizioni preunitarie.
  • Benedetto Croce, "Uno storico reazionario: Giacinto de' Sivo": Un saggio in cui Croce analizza criticamente l'opera di De' Sivo, riconoscendone il valore letterario e la coerenza passionale pur rifiutandone le conclusioni politiche.

4. Per l'arbitrato della storiografia moderna (Benedetto Croce)

  • Benedetto Croce, "Storia del Regno di Napoli" (1925): È il testo in cui Croce opera la sintesi finale, cercando di superare sia l'odio antiborbonico di Colletta che il nostalgismo di De' Sivo attraverso la categoria della "storia etico-politica".
  • Galasso Giuseppe: Grande storico crociano che ha ulteriormente approfondito questo "arbitrato", spiegando come il Mezzogiorno sia entrato nella modernità attraverso percorsi tormentati.

5. Per l'analisi delle difficoltà attuali (Cittadini e Istituzioni)

  • Sabino Cassese: Per quanto riguarda l'analisi della burocrazia italiana e la sua origine napoleonica come "muro" tra Stato e cittadino.
  • Robert Putnam, "La tradizione civica nelle regioni italiane": Anche se discusso, è una fonte sociologica classica per capire come il "senso civico" e il rapporto con le istituzioni siano influenzati da secoli di storia pre-unitaria (il cosiddetto path dependence).

 

In sintesi, si è cercato di connettere il dato testuale di Colletta con le interpretazioni filosofiche e sociologiche più autorevoli della storia d'Italia, creando un ponte tra il racconto del 1834 e la realtà dei nostri giorni.


Nell’edizione del 1848 di 

"STORIA DEL REAME DI NAPOLI - DAL 1734 AL 1825

viene riportata questa nota

 

I TIPOGRAFI

Milano

Tipografia patriottica Borroni e Scotti

1848

 

Conquistata finalmente l'onesta libertà dei pensiero e dell'intelletto, libera la stampa dalle pastoie dell'oscurantismo e della paura, crederemmo mancare al debito nostro se agli associali alle Opere Storiche non presentassimo il capolavoro del Colletta, argomento di sì vivo desiderio agi' italiani studiosi. E siam tanto più venuti in pensiero di tale edizione, che questa Storia di Napoli è proseguimento dell' altra classica del Giannone testè da noi pubblicata.   

La nostra conformammo all'edizione del Le Mounier di Firenze 1846, siccome per ogni rispetto la più accurata nell'esattezza del testo e nella correzione.

 

Milano, marzo 1848.

 

STORIA DEL REAME DI NAPOLI - DAL 1734 SINO AL 1825

DEL GENERALE PIETRO COLLETTA TOMO I

 

CAPOLAGO - Cantone Ticino - Tipografia Elveticaca – MDCCCXXXIV.

Nella edizione del 1834 del primo volume pubblicato dalla “Tipografia Elvetica” e posseduta dalla “Biblioteca Nazionale di Napoli”, trovo riportata a mano, subito dopo la copertina sulle due pagine bianche che precedono il frontespizio e suddivisa in fronte retro dello stesso foglio, questa annotazione:

screenshot-2026-02-07-alle-10.30.01.pngscreenshot-2026-02-07-alle-10.30.20.png

Questa la trascrizione:

 

“Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825 del generale Pietro Colletta, Capolago 1834 (I edizione).

 

La storia del Colletta fu pubblicata postuma dalla tip. Elvetica di Capolago (Canton Ticino) nel 1834.

Il Governo Borbonico ne proibì subito l’introduzione nel regno, ma ciononostante fu letta avidamente; e infatti il 15 febbraio 1839 da Napoli Andrea de Angelis scriveva a Camillo Ugoni: “Tra noi fa un gran rumore la storia del generale P. C.”.

 

In contrasto con Gino Capponi: “Vita di P. C.” messa innanzi alla “Storia” – Vedi P. Callà Ulloa, Della notizia intorno alla vita di P. C., in Intorno alla storia del Reame di Napoli di Pietro Colletta, Napoli 1877.

 

Può vedersi anche la Vita scritta da M. d’Ayala, nel 2° volume degli scritti inediti di P. Colletta.


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